Paradisi Fiscali

paradisi fiscali

COSA SONO I PARADISI FISCALI?

Sono paesi o territori che per motivi economici offrono facilitazioni fiscali ad investitori esteri che operano offshore, le cui legislazioni fiscali sono volutamente lassiste o inesistenti.

Si può parlare di stati che offrrono un regime fiscale favorevole, una totale deregulation ai detentori di capitali.

Negli ultimi anni quasi tutti i paradisi fiscali hanno varato leggi per proteggere le proprie entitá finanziarie dai capitali prodotto del traffico di droga o del terrorismo per cui ci sono regole da seguire, ma siccome siamo sicuri che i nostri lettori non desiderano fare nulla d‟illegale, non c‟è da preoccuparsi se in alcuni casi non è possibile mantenere totalmente l‟anonimato.

Molti paesi hanno adottato legislazioni piú severe che comprendono in generale i traffici illeciti (armi, droga, donne, bambini, organi, ecc.), le truffe, ma escludono l´evasione fiscale (sempre che prodotta all´estero).

Una recente ricerca a livello europeo (Euroshore) coordinata dal prof. V. Uckmar ha diviso i 48 paesi analizzati in tre gruppi di "centri finanziari" in base al loro livello di prossimità agli Stati membri dell'Unione Europea:
1. Paesi che hanno particolari contatti di ordine geografico, politico ed economico con l'Unione Europea (Andorra, Monaco, Bermuda, Malta, San Marino, ecc.)
2. Economie in transizione, cioè giurisdizioni appartenenti all'ex blocco sovietico (Romania, Moldavia, Albania ecc.)
3. Giurisdizioni offshore esterne all'Unione Europea (Bahamas, Barbados, Macao, Malesia, Panama, Seycelles, ecc.).
Il Principato di Monaco, Andorra e Liechtenstein hanno apertamente dichiarato di non volersi adeguare alle disposizioni internazionali in materia di trasparenza, ma anche questi paesi collaborano in caso di gravi delitti internazionali.

Ci sono attualmente oltre 200 giurisdizioni che offrono agevolazioni fiscali ed alcuni di essi sono paesi ad alta imposizione (tipo gli Stati Uniti), per cui é importante conoscere i vantaggi di ogni paese per poter decidere dove e come é meglio operare per trarre vantaggio da uno o piú incentivi agli investitori non residenti.

Alcuni di questi paesi sono anche dei veri e propri paradisi per le vacanze.

É importante peró ricalcare che il Paradiso, in senso assoluto, non esiste, perlomeno economicamente parlando.

Ognuno di questi paesi offre alcuni ben determinati vantaggi, differenti l'uno dall'altro. Finanziariamente, i paradisi fiscali si dividono in tre tipi: paradisi per persone fisiche, paradisi per società e paradisi per persone fisiche e giuridiche.

Di grande importanza sono anche i Paesi di Transito Monetario (per esempio, la Repubblica Dominicana) che non possono essere considerati Paradisi Fiscali, che peró, grazie a trattati sulla doppia imposizione o leggi speciali, favoriscono direttamente l'uso dei rifugi impositivi.

In negativo, merita una considerazione tutta particolare il caso del Regno Unito.

L'Inghilterra e sopratutto la City di Londra é considerata da molti come "la madre di tutti i paradisi fiscali." Arnaud Montebourg, parlamentare francese a capo di una commissione sul riciclaggio, ha reso pubblico un dossier in cui si attaccava apertamente Tony Blair per aver "predicato" al mondo la lotta - anche finanziaria- al terrorismo, salvo aver razzolato male per non aver finora ripulito uno dei principali centri del riciclaggio internazionale: la City di Londra.

Un paradiso fiscale è uno Stato che garantisce un prelievo in termini di tasse basso o addirittura nullo.

La ragione di una scelta del genere è più che altro politica: attirare molto capitale proveniente dai paesi esteri, fornendo in cambio una tassazione estremamente ridotta.

Dal punto di vista del contribuente, per riportarci all'originaria definizione statunitense di paradiso fiscale, tax haven, è un rifugio dall'alta tassazione sui redditi.

Tipicamente, nei paradisi fiscali si riscontra un regime di imposizione fiscale molto basso o assente che rende conveniente stabilire in questi Paesi la sede di un'impresa (come ad esempio le società offshore), oppure regole particolarmente rigide sul segreto bancario, che consentono di compiere transazioni coperte.

Giova, altresì, ricordare che le regole societarie consentono l'emissione di azioni al portatore, un insieme ridottissimo di formalità societarie e contabili e regole favorevoli per l'impiantazione di servizi finanziari (come per esempio regole minime per ottenere licenze che consentano di operare in fondi di investimento).

Se vogliamo fare una classificazione dei paradisi fiscali, possiamo distinguere le seguenti categorie:
1. Pure Tax Haven: non impone tasse oppure solo una o più di valore nominale e garantisce l'assoluto segreto bancario, non scambiando informazioni
con altri stati.
2. No Taxation on Foreign Income: è tassato solo il reddito prodotto internamente.
3. Low Taxation: modesta tassazione fiscale sul reddito ovunque generato.
4. Special Taxation: Paesi dal regime fiscale impositivo paragonabile a quello dei Paesi considerati a tassazione normale, ma che permettono la costituzione di società particolarmente flessibili.

Alcuni paesi così, invece di proseguire con la produzione di materie prime oramai non più in grado di garantire una sufficiente stabilità economica, si specializzano
e nell’accoglienza di flotte cui forniscono una bandiera ombra, e nell’offerta ai detentori di capitali un asilo reso sicuro tramite il segreto bancario e l’assenza di tassazione.

Tra il 1960-1970 c’è l’emergere del mercato degli eurodollari negli anni 60 e dei petrodollari negli anni 70 favorisce un sempre maggiore sviluppo dei territori a
bassa fiscalità e una crescente benevolenza da parte del mondo economico.

Le grandi banche e imprese, la City di Londra, polo attrattivo delle maggiori società finanziarie, appoggiano infatti l’evoluzione di queste strutture, essendo palese il vantaggio di poter disporre di zone con debolissima imposizione fiscale.

A Bahamas, Svizzera e Lussemburgo si aggiungono, in questo periodo il Liechtenstein, le Isole del Canale, le Isole Cayman, Bermuda, Panama.

Nel corso degli anni 1980-2000 proprio grazie alla liberalizzazione finanziaria cheha incoraggiato l’assenza di controllo sui movimenti di capitale su scala internazionale, il numero dei paradisi fiscali cresce vertiginosamente.

I movimenti di capitale trovano in questi luoghi un singolare luogo di convergenza, favorendo così soprattutto la criminalità cui è data possibilità di “legittimare” più facilmente i propri introiti.

L’attività dei paradisi fiscali è oggi caratterizzata da un giro di affari stimato in oltre 2800 miliardi di dollari l’anno.

Nei soli paradisi europei sono registrate più di 680.000 società.

L'elenco dei paradisi fiscali, o Paesi con regime fiscale privilegiato, è lungo.

In particolari condizioni, possono creare quello che la OCSE, nel rapporto "Harmful Tax Competition: An Emerging Global Issue", definisce concorrenza fiscale dannosa.

Secondo lo schema indicato dall'OCSE, questi sono i punti chiave che permettono di individuare un regime fiscale dannoso:
• Imposizione fiscale bassa o prossima allo zero.
• Sistema "ring fenced", cioè tassazione con ampia disparità tra i redditi generati all'interno o all'esterno.
• Assenza di trasparenza delle transazioni effettuate.
• Mancanza di scambio d'informazioni con altri paesi.
• Elevata capacità di attrarre società.

È chiaro che il paradiso fiscale fa gola sia alle aziende multinazionali e di più modeste dimensioni con lo scopo di pagare il minor numero d'imposte, sia a organizzazioni criminali.

Gli Stati si trovano di fronte al costante dilemma della repressione dei paradisi fiscali.

Come facilmente intuibile, le cifre in gioco sono enormi. La loro totale eliminazione porterebbe non soltanto un danno alle organizzazioni criminali, scopo che è sicuramente da perseguire con ogni mezzo, ma anche alle imprese che svolgono attività formalmente legali.

Numerose imprese dovrebbero pagare più tasse e la minore disponibilità di capitali sicuramente inciderebbe sullo sviluppo economico dell'impresa stessa.

Ma al minor sviluppo economico delle imprese corrisponderebbe una maggior quantità di denaro a disposizione degli stati.

La questione, per concludere, è a livello geopolitico ed è quella di trovare una maggiore regolamentazione e un'armonizzazione del sistema impositivo, che permetta una svolta nella concorrenza fiscale tra imprese.

Il numero dei paradisi fiscali catalogati dagli Stati e dagli Organismi finanziari internazionali può variare da 40 a 80, a seconda dei criteri di valutazione seguiti nella classificazione. Il fenomeno offshore, infatti, si può presentare in varie forme, può essere più o meno esteso, e può riguardare anche Paesi membri dell'UE o
dell'ONU.

Una recente ricerca ha diviso i 48 paesi analizzati in tre gruppi di "centri finanziari" in base al loro livello di prossimità agli Stati membri dell'Unione Europea:
• Paesi che hanno particolari contatti di ordine geografico, politico ed economico con l'Unione Europea (Andorra, Monaco, Bermuda, Malta San Marino ecc.).
• Economie in transizione, cioè giurisdizioni appartenenti all'ex blocco sovietico
(Romania, Moldavia, Albania ecc.).
• Giurisdizioni offshore esterne all'Unione Europea (Bahamas, Barbados, Macao, Malesia ecc.).
Sette paradisi, tra i quali il Principato di Monaco, e Andorra hanno apertamente dichiarato di non volersi adeguare alle disposizioni internazionali in materia di trasparenza.

Operando da un territorio offshore si riesce a limitare la responsabilità degli azionisti riducendo, in molti casi, il carico fiscale.

Sono le strutture preferite da chi richiede anonimato e protezione del capitale, mantenendo tutti i dettagli confidenziali combinando la quasi totale assenza di responsabilità con la completa esenzione nel pagare le tasse.

Nel giugno 2010, l'OCSE, in base al suo Rapporto, ha individuato 14 giurisdizioni inserite nella cosiddetta lista grigia dell'Ocse sotto la voce tax haven e centri finanziari.

Vi figurano:
• Belize,
• Brunei,
• Isole Cook (Nuova Zelanda),
• Costa Rica,
• Filippine,
• Guatemala,
• Liberia,
• Isole Marshall,
• Montserrat (Regno Unito),
• Nauru,
• Niue (Nuova Zelanda),
• Panamá,
• Uruguay,
• Vanuatu,
• Isole Cayman (Regno Unito).

Molti dei più classici paradisi fiscali, in primo luogo le isole dei Caraibi, si sono quindi messi al riparo per ora da ipotetiche sanzioni con una lettera di intenti.

"Ho piacere di informarla" ha scritto ad esempio il 18 maggio 2000 Peter Smith, il governatore delle Isole Cayman - il maggiore centro off-shore del pianeta - al Segretario dell'Ocse Donald Johnston, "che le Isole Cayman con la presente si impegnano per l'eliminazione delle pratiche fiscali che siano considerate dannose in accordo con il rapporto Ocse".

Da paradisi a purgatori?

Per adesso solo sulla carta. Secondo la stessa Ocse, i paesi che finora possono effettivamente essere esclusi dalla lista nera sono solo tre: Barbados, Maldive e Tonga.

E non si tratta certo dei centri maggiori.

Alle Maldive e all'isola di Tonga, nell'Oceano Pacifico, i depositi off-shore si calcolano solo in milioni di dollari.

Alle Barbados invece sfiorano i 7 miliardi.

Ma il più grande paradiso fiscale, le Cayman appunto, riceve crediti e titoli dall'estero per quasi 500 miliardi di dollari, le Bahamas per 164 miliardi, le Antille Olandesi per 98 (sempre secondo i dati Bri al settembre 2001).

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