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TASSI DI INTERESSE “NEGATIVI“ E GUERRA AL CONTANTE

Il Prof. Richard A. Werner denuncia l’ipocrisia di chi invoca la guerra al contante e l’introduzione di tassi di interessi negativi. Dietro la scusa della lotta alla criminalità e del rilancio dell’economia – che certamente non sono influenzate da queste battaglie – si nasconde il tentativo di centralizzare il controllo dei capitali e di togliere alle persone qualsiasi possibilità di sottrarsi alle decisioni insindacabili di poche, grandi banche, che ovviamente devono essere al di fuori di qualsiasi controllo democratico.

I principali portavoce dei grandi media mainstream hanno iniziato a diffondere l’idea che il contante è una reliquia barbarica e deve essere abolito. I banchieri centrali sono stati molto precisi, come gli ‘ex membri dello staff del FMI Kenneth Rogoff e Peter Bofinger o l’attuale portavoce della Banca d‘Inghilterra Andrew Haldane.

Tra i motivi per cui improvvisamente il contante deve essere abolito, ci sono i soliti argomenti, per esempio che potrebbero essere utilizzati dai criminali, oppure che il denaro elettronico è più ‘efficiente’. Alcuni media sostengono anche che le persone si infastidiscono per le code quando qualcuno paga con i più ingombranti contanti, invece che con il veloce denaro elettronico. La verità è ovviamente l’opposto, anche se la recente introduzione nel Regno Unito delle carte di debito senza contatto, che devono solo essere avvicinate al terminale per il pagamento, ha ancor più velocizzato il pagamento rispetto al solito tempo di elaborazione delle carte di credito rispetto al denaro contante.

Un’altra motivazione a favore dell’abolizione del contante è che faciliterà i bail-in bancari, come concordato al vertice del G20 di Seoul nel 2010: se la gente può ritirare i soldi dalle banche in denaro contante, non è possibile derubarla per salvare le banche. Mentre i cinici saranno favorevoli a questo argomento, la realtà è che non ha senso: a Cipro, dove per la prima volta è stato implementato il programma del G20 di Seoul, le banche sono state chiuse prima che i depositi fossero confiscati. In Grecia, le banche sono rimaste chiuse per un mese e la gente ha dovuto sopravvivere coi contanti che aveva, e dopo un po’ di tempo sono stati autorizzati a ritirarli dalle banche solo in piccole quantità. Quello che sarebbe successo se il contante fosse stato già stato abolito è che la chiusura delle banche da parte della BCE sarebbe stata più efficace nel ricattare il popolo greco affinché cedesse alle richieste della Troika.

Il motivo principale avanzato dalla Banca d’Inghilterra per abolire il denaro contante è di voler stimolare l’economia britannica, e per farlo vuole utilizzare i tassi di interesse. Poiché i tassi sono già pari a zero, si può solo portarli in territorio negativo. Tuttavia, per rendere efficace tale politica, deve essere abolita la possibilità di convertire il denaro elettronico in denaro contante. Se i contanti fossero aboliti, potremmo allora godere i benefici dei tassi di interesse negativi – o così sostiene la narrazione ufficiale.

Questa storia è talmente piena di buchi che è difficile dire da dove cominciare. Iniziamo ricordando che è stata la Banca d’Inghilterra fin dal 2009 a sostenere che la politica dei tassi di interesse non è un buono strumento per stimolare l’economia, e ha invece preferito usare quello che (erroneamente) viene chiamato ‘Quantitative Easing’. Quindi, se questo è vero, perché ora passare improvvisamente a occuparsi, dalla quantità, al prezzo del denaro? Che cos’è che dovrebbe rendere più efficace un intervento sul prezzo rispetto a uno sulla quantità? Non sarebbe meglio invece introdurre un vero allentamento quantitativo, che espande il potere d’acquisto dell’economia produttiva, come ad esempio quella delle piccole e medie imprese?

In secondo luogo, prendiamo in considerazione la proposta di introdurre tassi negativi nel tentativo di stimolare l’economia. Come sappiamo, lo sbandierato meccanismo di trasmissione dell’abbassamento dei tassi avviene attraverso i minori costi di indebitamento. Nei paesi dove è stata introdotta una politica di tassi di interessi negativi, come la Danimarca o la Svizzera, il risultato empirico è che essa non è efficace nello stimolare l’economia. Al contrario.

Questo perché i tassi negativi sono imposti dalla Banca Centrale alle banche – non al pubblico che cerca finanziamenti (quindi per favore scordatevi l’idea che vi sarà dato un mutuo, e verrete pagati per averlo contratto). Per essere precisi, sono imposti sulle riserve detenute dalle banche presso la Banca Centrale.

La cosa potrebbe sembrare ragionevole a prima vista: non è forse vero che queste banche hanno ammassato tutta la liquidità del QE presso la Banca Centrale, invece di prestarla?

No. È un fatto poco noto che la quantità totale delle riserve detenute dalle banche presso la Banca Centrale è totalmente determinata dalla Banca Centrale. Le singole banche possono provare a ridurre le loro riserve, ma solo a spese di altre banche che dovranno mantenere riserve maggiori. Questa è la ragione per cui, naturalmente, il genere di “QE” attuato da molte banche centrali – l’acquisto di attività finanziarie con aumento delle riserve delle banche presso la Banca Centrale – ha solo creato un’altra bolla finanziaria, ma non ha aiutato granché l’economia reale. Le banche non possono prestare le loro riserve presso la Banca centrale. Come vi mostriamo nel libro “Da dove viene il denaro?”, le riserve delle banche presso la Banca Centrale sono semplicemente i crediti creati dalla Banca centrale a favore delle banche – moneta di banca centrale che non può circolare nell’economia.

Di conseguenza, i tassi di interesse negativi sulle riserve delle banche presso la Banca centrale sono semplicemente una tassa sulle banche. Allora, perché le banche centrali dovrebbero imporre nuove tasse sulle banche in questa fase? L’esperienza della Svizzera può fornire risposte: i tassi negativi aumentano i costi delle banche nel fare affari. Le banche reagiscono scaricando questo costo sui loro clienti. Considerando che il tasso sui depositi è già a zero, ciò significa che le banche alzeranno i tassi sui prestiti. Come hanno fatto in Svizzera. In altre parole, la riduzione dei tassi di interesse in territorio negativo aumenterà il costo dei mutui!

Se questo è il risultato, perché le banche centrali non aumentano semplicemente i tassi di interesse? Il risultato sarebbe lo stesso, si potrebbe pensare. Tuttavia, c’è una differenza cruciale: tassi più alti consentirebbero alle banche di ampliare il loro margine e di rendere il loro business più redditizio. Con tassi negativi, i margini delle banche rimarranno bassi e la situazione finanziaria delle banche rimarrà precaria e anzi diventerà sempre più precaria.

Come i lettori sanno, noi sosteniamo che la BCE ha sta facendo la guerra alle banche ‘buone’ dell’eurozona, le molte migliaia di banche delle piccole comunità, principalmente in Germania, che non hanno fini di lucro, ma operano a vantaggio dei membri delle cooperative o del bene pubblico (come le casse di risparmio pubblico Sparkassen o le banche del popolo Volksbank). La BCE e l’UE hanno aumentato significativamente gli oneri normativi, e quindi i costi del personale, in modo che molte banche di piccole comunità sono costrette a fondersi e a chiudere molti sportelli. Questo è avvenuto in parallelo alla politica della BCE di appiattimento della curva dei rendimenti (l’abbassamento dei tassi a breve e anche l’abbattimento dei tassi a lungo periodo tramite il cosiddetto ‘quantitative easing’). Di conseguenza le banche che fanno soprattutto attività bancarie tradizionali, cioè prestiti alle imprese per investimenti, sono finite sotto forti pressioni, mentre questo tipo di ‘QE’ ha prodotto profitti per quei grandi istituti finanziari impegnati principalmente nella speculazione finanziaria e nel suo finanziamento.

La politica dei tassi d’interesse negativi è pertanto coerente con l’obiettivo di buttare le piccole banche fuori dal mercato e consolidare i settori bancari nei paesi industrializzati, aumentando la concentrazione e il controllo nel settore bancario.

Serve anche per fornire una (falsa) ulteriore giustificazione all’abolizione dei contanti. E questo si inserisce nella sorprendente scoperta recente della Bank of England, che l’offerta di moneta viene creata dalle banche attraverso la concessione di prestiti: sostenendo i riformatori monetari, la Banca d’Inghilterra potrebbe ulteriormente aumentare il proprio potere e accelerare il processo di concentrazione del sistema bancario se la creazione di credito bancario viene abolita e rimane solo una sola vera banca – la Banca d’Inghilterra. Questo non solo ci farebbe tornare indietro alla vecchia situazione di monopolio del 1694, quando la Banca d’Inghilterra venne fondata come impresa senza scopo di lucro da profittatori privati. Svilupperebbe anche il progetto di aumentare il controllo e il monitoraggio della popolazione: abolendo i contanti e i crediti bancari alternativi, tutte le transazioni, la creazione di moneta e la sua allocazione sarebbe attuata dalla Banca d’Inghilterra.

Con tutti i soldi in moneta elettronica, si può già prevedere le domande ‘sollevate’ dai dipartimenti di pubbliche relazioni delle banche centrali e acutamente raccolti dai media mainstream: come è possibile aumentare la sicurezza di questo denaro digitale? Cosa succede se si perde la carta di debito? Senza dubbio, qualche mente brillante della Bank of England, o uno qualsiasi suoi portavoce nei media, suggerirà quindi che dovremmo adottare le tecniche da tempo praticate con i nostri animali domestici, vale a dire di impiantare microchip sotto la pelle per essere i nostri soldi del futuro. Lascio ai lettori decidere se tutto questo vi sembra un progresso.

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Sabato, 27 Febbraio 2016 12:27

La Bulgaria dice NO all'Euro

”SOLO COSTI E NESSUN BENEFICIO, ED E’ UNA VALUTA RISCHIOSA, GUARDATE LA GRECIA”

Se c’e’ una cosa che la crisi greca ha insegnato e’ che l’euro e’ un progetto fallimentare e chi ne e’ fuori farebbe meglio a starne alla larga il piu’ lontano possibile. L’ultimo in ordine di tempo ad affermarlo è niente di meno che il Fondo Monetario Internazionale, come riferisce il New York Times, che però in Italia – stranamente – non viene… tradotto.

In ogni caso, a proposito della sfiducia e della negatività che emana l’euro, e’ importante notare come il governo della Bulgaria non abbia la ben che minima intenzione di entrare a far parte della moneta unica, una posizione che e’ condivisa da quasi tutti i paesi dell’est europeo. Ne sono fuori e fuori vogliono rimanerne.

A mettere nero su bianco questo euroscetticismo della Bulgaria – che è bene sapere è in condizioni economiche difficili con molta povertà – e’ stato il ministro del lavoro e delle politiche sociali Ivaylo Kalfin il quale ha dichiarato che la moneta unica europea creerebbe enormi problemi alla Bulgaria visto che la sua economia non e’ ricca come quella di altri paesi europei. La Grecia insegna, quindi.

“Riguardo l’entrata nell’euro, vediamo solo costi e nessun beneficio. Per noi, entrare rappresenterebbe un rischio”. Secondo il ministro, l’entrata nell’euro comporterebbe l’adeguarsi alle politiche scelte dalle istituzioni europee, incapaci di gestire la crisi attuale. Inoltre, anche l’opinione pubblica non è d’accordo ad un’entrata nell’euro. Un “no” all’euro, sia dal Governo che dal popolo.

Ovviamente Kalfin ha ragione da vendere e semmai la vera sorpresa e’ che ci siano ancora politici che si ostinano a dire che l’euro e’ stato un enorme successo, ma questo e’ quello che succede quando al governo ci sono i servi dei poteri forti.

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Domenica, 21 Febbraio 2016 11:06

USA il miglior Paradiso Fiscale al mondo

Washington si è ritagliata il ruolo di leader nella guerra ai paradisi offshore nel mondo - Ma allo stesso tempo si è mossa nella direzione opposta nella sua legislazione interna.

La notizia ha fatto rumore. Qualche settimana fa gli Stati Uniti hanno superato a sorpresa Singapore, il Lussemburgo e persino le Isole Cayman nel Financial Secrecy Index, la classifica redatta ogni due anni dall'istituto indipendente di ricerca Tax Justice Network sulle nazioni dove il segreto bancario e societario è più forte. Ora gli States si trovano in terza posizione, dopo Svizzera e Hong Kong. Ma gli USA non erano i paladini della trasparenza?

Washington combatte da tempo una vera e propria crociata contro il segreto bancario internazionale. A piegare la resistenza di molte giurisdizioni è stato il Fatca (Foreign Account Tax Compliance Act), la legge approvata dal Congresso nel marzo 2010 che obbliga le istituzioni finanziarie mondiali a fornire tutte le informazioni sui clienti americani. Peccato però che la solerzia di Washington nel chiedere trasparenza svanisca completamente quando si tratta di fornirla. «Sebbene gli USA siano stati pionieri nel difendersi dalle giurisdizioni estere sul segreto bancario – spiega esplicitamente il rapporto di Tax Justice Network – in realtà hanno fornito poche informazioni in cambio, diventando una formidabile, dannosa e irresponsabile giurisdizione da segreto bancario».

Lo schiaffo all'OCSE

A far male, in particolare, è lo schiaffo degli Stati Uniti all'OCSE. L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico aveva seguito l'esempio del Fatca statunitense, elaborando uno schema mondiale di scambio di informazioni (vedi un aggiornamento a pagina 29) per scovare gli evasori fiscali ovunque essi si annidassero. Dal 2014 sono stati ben 97 gli Stati che hanno aderito allo schema OCSE, Svizzera compresa. Solo quattro hanno rifiutato. I primi tre sono il Bahrein, l'isoletta della Micronesia Nauru con i suoi 10 mila abitanti, l'altra isoletta di Vanuatu nel Pacifico meridionale. Il quarto – sembra incredibile ma è la realtà – è la nazione più potente del mondo: gli Stati Uniti d'America.

«L'approccio unilaterale di Washington rischia di creare un'enorme falla nello sforzo internazionale per vincere evasione fiscale, riciclaggio e crimini finanziari», sottolinea lo studio del Tax Justice Network. Anche una recente inchiesta del britannico «Economist» punta l'indice sugli Stati Uniti, ormai definiti «inarrivabili» quanto a scarsa trasparenza societaria. Con diversi Stati americani – tra cui spiccano Delaware, Wyoming, South Dakota e Nevada – indisturbati nella loro funzione di paradisi fiscali onshore. La loro forza? Creano società di comodo per chiunque desideri nascondere qualcosa al fisco, ma anche per azzerare o quasi il carico fiscale delle big corporation USA.

Il trucchetto di Apple nel Nevada

Perfino Apple, pioniera del «double Irish», il celebre sistema di elusione fiscale internazionale creato in Irlanda alla fine degli anni Ottanta, ha ceduto al fascino dei piccoli paradisi a stelle e strisce. Un'inchiesta del «New York Times» ha rivelato come la Mela abbia creato una sussidiaria, Braeburn Capital, incaricata di gestire e investire parte della straordinaria liquidità del gruppo. Ma la sede della società non è a Cupertino, in California, nel famoso quartier generale della Mela. Braeburn si trova a Reno, in Nevada, il libertario Stato, celebre per gli eccessi di Las Vegas. Lì sia la «corporate tax» che la tassazione sul capital gain sono a zero. Il risultato è che i profitti sulla liquidità investita da Apple in Nevada sono completamente esentasse e la California non può farci niente. Non solo. Braeburn – che Apple ha voluto battezzare col nome di una varietà di mela rossa striata – permette a Cupertino di abbassare il carico fiscale anche in altri Stati, come Florida, New Jersey e New Mexico: tutte giurisdizioni che riconoscono riduzioni della tassazione locale alle società con la propria finanziaria in un altro Stato. Così qualche anno fa persino la California, dopo la pesante campagna lobbistica di alcuni colossi del digitale (Apple, Cisco, Intel, Oracle e altri), si è dovuta piegare alle riduzioni fiscali per le società basate nella Silicon Valley ma «operative» in Stati come il Nevada. Il gettito fiscale perduto dalla California, secondo alcune analisi, si aggira sul miliardo e mezzo di dollari e ha contribuito al dissesto finanziario del «Golden State», evitato solo grazie alla famosa «tassa sulla marijuana» inventata dall'allora governatore Arnold Schwarzenegger. Ovviamente non è stata solo Apple a scegliere il Nevada. Ci sono anche, tra le altre, Microsoft, Cisco e persino l'Harley Davidson.

Rothschild in mezzo ai casinò

Tra i casinò di Reno, in Nevada, ecco spuntare anche il trust nuovo di zecca di Rothschild, la banca d'investimento che ha fatto la storia della finanza internazionale dal 1811. L'antica e nobile istituzione creditizia europea sta trasferendo le fortune dei suoi facoltosi clienti dai paradisi offshore in declino come le Bermuda – soggetti alle nuove regole sullo scambio di informazioni – a quelli emergenti come il Nevada, escluso dalle norme sulla disclosure. Sì perché, come ammette tranquillamente il managing director di Rotschild Andrew Penney, «gli Stati Uniti sono il più grande paradiso fiscale al mondo».

Trident Trust Co., uno dei colossi dell'offshore, sta spostando decine di conti dalla Svizzera e dalle Cayman nel South Dakota, altro Stato che sta calamitando i trust come il miele con le api. Alice Rokahr, responsabile locale di Trident, si dice sorpresa dal numero di clienti che stanno lasciando la Confederazione ma tant'è: «Tutti vogliono essere fuori dalla Svizzera». E sempre in quello Stato del Midwest, all'ombra del Monte Rushmore, dove sono scolpiti i giganteschi ritratti dei presidenti americani, arriverà presto anche la ginevrina Cisa Trust, che gestisce soprattutto i patrimoni dei ricchi sudamericani.

Gli Stati Uniti, insomma, sono la nuova terra promessa del segreto. Una meta imperdibile, come ha candidamente spiegato in una e-mail Bolton Global Capital, studio di consulenza finanziaria di Boston. Se un ricco messicano apre un conto corrente negli USA usando una società delle Isole Vergini Britanniche, al Governo di quest'ultimo Stato verrà comunicato solo il nome della società. Quindi le autorità messicane non sapranno mai chi è il vero intestatario del conto, perché le Isole Vergini trasmetteranno sì le informazioni sul conto, ma comunicando solo il nome della società. Un meccanismo praticamente perfetto.

Soldi sospetti? Fatti un trust USA

La riprova di quanto sia facile occultare denaro sospetto negli Stati Uniti si deve a una recente inchiesta di Global Witness: un reporter sotto copertura, munito di telecamera nascosta, dopo aver vestito i panni del consulente di un ministro straniero ha bussato alla porta di tredici grandi studi legali di New York. Voleva capire dove e come trasferire nel più perfetto anonimato enormi somme di denaro. Soldi, ha fatto capire il finto consulente, frutto di corruzione.

Il risultato? Dodici dei tredici studi legali interpellati hanno consigliato di utilizzare trust o società anonime statunitensi per nascondere i soldi del ministro. Alcune delle prestigiose «law firm» hanno persino suggerito di utilizzare il loro conto corrente per occultare i trasferimenti di denaro. Altri si sono proposti di mettere in piedi direttamente il trust. Il bello è che nessuno di loro ha violato la legge. «Gli Stati Uniti sono da tempo una delle destinazioni più gettonate da politici corrotti, cartelli della droga, organizzazioni terroristiche e grandi evasori fiscali – sospira Stefanie Ostfeld, responsabile per gli Stati Uniti di Global Witness –. La nostra inchiesta ha solo mostrato quanto è semplice farlo. Utilizzando una società anonima statunitense, tu criminale puoi facilmente nascondere chi sei e da dove arriva il tuo denaro».

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