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La legge comunitaria per facilitare il recupero crediti esattoriali dentro alla zona UE

A luglio 2011, proprio per risolvere il problema del recupero crediti in sede europea, la Commissione ha proposto una legge comunitaria (una ordinanza, piu' propriamente) che, una volta approvata, dovrebbe consentire un celere sequestro conservativo dei beni del debitore, per facilitare il recupero del credito.

Infatti, con la nuova legge europea – secondo Bruxelles – il creditore potra' ottenere il sequestro dei conti del debitore in qualsiasi Stato Ue. I soldi verranno messi al sicuro – questa la novita' – in attesa che un giudice nazionale si pronunci sulla legittimita' del recupero. Il sequestro dei conti avverra' con una procedura ‘ex parte’, ovvero senza che il debitore ne sia a conoscenza, per cercare quella che la Commissione chiama “effetto sorpresa”.

Il creditore , sempre secondo la proposta, potra' ottenere il “sequestro su conti bancari alle stesse condizioni in tutti gli Stati membri dell’Unione europea”. Non cambieranno i sistemi nazionali per il sequestro conservativo di somme: la Commissione si limita infatti ad aggiungere una “procedura europea che i creditori potranno avviare per recuperare i crediti in altri Paesi Ue”.

L’obiettivo della nuova proposta normativa, come spiega la Commissaria alla Giustizia Viviane Reding e' che “il recupero transfrontaliero dei crediti diventi semplice quanto quello nazionale”.

Gli Stati o territori con i quali sono in vigore accordi per lo scambio di informazioni e per l’assistenza al recupero crediti di tipo esattoriale, sono quelli indicati nel seguente elenco:

– Austria
– Belgio
– Bulgaria
– Cipro
– Danimarca
– Estonia
– Finlandia
– Francia
– Germania
– Grecia
− Irlanda
− Islanda
− Lettonia
− Lituania
− Lussemburgo
− Malta
− Norvegia
− Paesi Bassi
− Polonia
− Portogallo
− Regno Unito
− Repubblica ceca
− Romania
− Slovacchia
− Slovenia
− Spagna
− Svezia
− Ungheria

Ovviamente, noi abbiamo un sistema sicuro per aggirare questa legge, e garantiamo la protezione ASSOLUTA dei capitali depositati in uno di questi paesi.

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Costi black list: dall'indeducibilità alla deducibilità totale

Dalla totale indeducibilità alla deducibilità piena, ma nel limite del valore normale. Cambia così volto la disciplina relativa alla deducibilità dei costi black list, derivanti da transazioni intercorse con operatori localizzati in Stati o territori black list, che non permettono un adeguato scambio di informazioni.

È quanto prevede il decreto recante misure per la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese, in attuazione della legge delega fiscale.

La previsione risolve il contrasto esistente tra la disciplina del TUIR e la clausola di non discriminazione contenuta in alcune convenzioni contro le doppie imposizioni.

Deducibilità piena dei costi black list.

È senza dubbio questa una delle novità di maggiore impatto prevista dal decreto recante misure per la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese, che risolve in un certo senso il conflitto esistente tra il disposto dell’art. 110, comma 10, TUIR e la clausola di non discriminazione contenuta in alcune convenzioni contro le doppie imposizioni (art. 24). Secondo la clausola, infatti, le spese sostenute nei confronti di un residente dell’altro Stato contraente devono essere ammesse in deduzione alle stesse condizioni che sarebbero applicabili qualora la controparte fosse residente nel medesimo Stato dell’impresa acquirente/committente di contro alla normativa nazionale che ne prevede l’indeducibilità.

Il legislatore ha, quindi, cercato di risolvere tale dissidio normativo riformulando integralmente l’art. 110, comma 10, TUIR e disponendo quindi che:

“Le spese e gli altri componenti negativi derivanti da operazioni, che hanno avuto concreta esecuzione, intercorse con imprese residenti ovvero localizzate in Stati o territori aventi regimi fiscali privilegiati sono ammessi in deduzione nei limiti del loro valore normale. Si considerano privilegiati i regimi fiscali di Stati o territori individuati con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, in ragione della mancanza di un adeguato scambio di informazioni”.

Stante il nuovo dettato normativo, la deducibilità dei predetti componenti negativi di reddito non è più subordinata alla dimostrazione dell’esistenza di almeno una delle due esimenti, ma diventa automatica nel limite del valore normale.

Laddove venga dimostrato che le operazioni poste in essere rispondono ad un effettivo interesse economico la deduzione spetta in misura piena.

La definizione di spese ed altri componenti di reddito comprende qualunque componente di reddito derivante da transazioni commerciali poste in essere con fornitori black list, quali, ad esempio, ammortamenti, svalutazioni, perdite, minusvalenze (cfr. circolari n. 51/E/2010 e n. 35/E/2012).

Resta confermata anche dal nuovo regime di deduzione la necessità che l’operazione abbia avuto concreta esecuzione.

Appare subito evidente come la nuova disciplina relativa alla deducibilità delle spese in commento sia molto più snella a livello procedimentale rispetto a quella vigente, in quanto il contribuente non è più obbligato a dimostrare alternativamente che:
- l’impresa estera svolge un’attività commerciale effettiva;
- le operazioni poste in essere rispondono ad un effettivo interesse economico.

La dimostrazione dell’esistenza della prima esimente non è certo facile, anche in considerazione del numero rilevante di documenti che dovevano essere prodotti e della difficoltà insita nel recepimento degli stessi da parte di soggetti esteri.

Resta invece in vita la dimostrazione della seconda esimente, la quale però trova applicazione soltanto nel caso in cui si abbia intenzione di dedurre le spese e gli altri componenti negativi derivanti da rapporti intercorsi con soggetti black list per un ammontare superiore al loro valore normale.

In tal caso, infatti, il contribuente potrà procedere alla deduzione anche della quota di costo eccedente il valore normale ma soltanto a condizione che la scelta effettuata di intrattenere rapporti commerciali con un determinato fornitore sia validamente giustificata non soltanto dal punto di vista economico ma anche del beneficio che lo stesso ritrae, ad esempio, relativamente al prezzo praticato, alla qualità del prodotto o alla puntualità della consegna.

Se da un lato la norma in commento deve essere accolta con favore, dall’altro non può negarsi come non sia così immediata e scevra di difficoltà la corretta identificazione del “valore normale”, parametro al quale ancorare l’automatica deduzione dei costi e spese in commento.

Infatti, difficoltà potrebbero essere rinvenirsi sia da parte dell’amministrazione finanziaria sia del contribuente nel rinvenire le informazioni necessarie per quantificare il valore normale, soprattutto nel caso in cui oggetto della transazione siano prestazioni di servizi.

Resta invece immutata la previsione della separata indicazione nella dichiarazione dei redditi delle spese sostenute verso operatori black list. La mancata indicazione non inibisce il diritto alla deduzione, ma viene sanzionata con l’applicazione della sanzione pari al 10% delle spese non segnalate, con un minimo di 500 ad un massimo di 50.000 euro.

Stante quanto previsto nel decreto, le previsioni in parola si applicano già a decorrere dal periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore dello stesso, e quindi, dal 2015, non prevedendo pertanto alcun regime transitorio.

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