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Mercoledì, 23 Dicembre 2015 14:45

Ocse, piano anti-evasione digitale

Presentato un pacchetto di 15 "azioni", coinvolte le multinazionali della digital economy. In campo misure contro trasferimenti finanziari fittizi, indebite deduzioni di interessi e filiali fantasma. Sistema di monitoraggio dei risultati

"I giochi sono finiti": con questo slogan l'Ocse presenta il proprio piano, messo a punto d’intesa con il G20 e oltre 60 Paesi partner, per chiudere ogni “scappatoia legale” che ha finora consentito, tra gli altri, ai big della digital economy, da Google a Apple, ma anche a società multinazionali come Starbucks e Mc Donald's, di mettere in pratica la cosiddetta "ottimizzazione fiscale", ovvero di dichiarare i loro utili in giurisdizioni che offrono tasse molto basse pur mantenendo altrove le proprie attività produttive. Tale pratica, sottolinea l'Organizzazione per la coesione e lo sviluppo economico, ha un costo stimato per difetto tra i 100 miliardi e i 240 miliardi di dollari all'anno per i Paesi al cui erario queste aziende riescono a sfuggire.

Le misure dell’Ocse sono raccolte in un piano composto da 15 azioni per contrastare ottimizzazione ed elusione fiscale. Oltre ai sette punti già concordati nel 2014, tra cui un capitolo sull'economia digitale, il pacchetto comprende misure contro trasferimenti finanziari fittizi, indebite deduzioni di interessi e filiali fantasma, e un sistema di monitoraggio dei risultati.

La lista pubblicata oggi è l’ultimo atto di una vicenda nata nel 2012, quando i Paesi del G20 avevano chiesto all’Ocse di occuparsi della questione, e fin dall’inizio le multinazionali avevano dato la loro disponibilità ad adeguarsi ai principi guida che l’organizzazione avrebbe stilato su un argomento che ha già creato diverse frizioni sia in Europa sia negli Stati Uniti.

“Il mondo delle tasse non sarà più lo stesso da questo momento - ha detto presentando le proposte Pascal Sint-Amans, a capo delle “tax policy” nell’Ocse - stiamo entrando in una nuova era in cui finirà la pianificazione fiscale e l’elusione fiscale su larga scala: sfuggire sarà molto più difficile e costoso - ha aggiunto - e il ‘profit shifting’ sarà considerato non più ‘elusione’, ma vera e propria evasione fiscale”.

Il passo successivo a questo punto sarà capire come queste regole dovranno essere recepite dai singoli Paesi: a sottolinearlo è tra gli altri un portavoce della “Confederation of british industries”, secondo cui “i cambiamenti dovranno entrare in vigore con la stessa tabella di marcia in tutti gli Stati, per evitare che nascano vantaggi competitivi per alcune aziende”.

Il Governo italiano, all’interno di questo campo di gioco, ha scelto di muoversi in sintonia con gli altri Paesi europei e di non prendere iniziative unilaterali. Anche per questo non avrebbero avuto seguito finora le proposte di “digital tax” avanzate fino a questo momento da alcuni parlamentari. L’obiettivo è di non dare vita a regole che possano prestarsi a essere percepite come “tasse sull’innovazione”, ma di allinearsi a un sistema internazionale a cui gli stessi big della digital economy dovranno dismostrare di essere disposti ad adeguarsi, come avevano già a più riprese annunciato.

Quello delle regole che governano la tassazione sui profitti che derivano dal commercio internazionale è un “tema caldo” di cui effettivamente si dibatte da più di un secolo, ma che ha avuto un’accelerazione drastica con la globalizzazione e la digital economy, da quando cioè è stato possibile “spostare” i guadagni fuori dai confini nazionali dei Paesi in cui vengono effettivamente realizzati in altri, dal Lussemburgo alle Bermuda, in cui non vengono tassati. Nell’occhio del ciclone sono finiti durante gli ultimi anni i giganti tecnologici, che si sono guadagnati la fama di “campioni” nel trovare le scappatoie fiscali, anche se il caso ha interessato anche banche, fast food, e venditori al dettaglio. Il sistema che generalmente si sceglie per l’elusione è quello di operare transazioni tra società affiliate, per ridurre l’entità dei guadagni tassabili nei luoghi dove si trovano i consumatori o le strutture, e accrescerla dove le condizioni fiscali sono più favorevoli, ma dove le aziende hanno una presenza minima, “di comodo”.

Una delle principali raccomandazioni messe a punto dall’Ocse è quella di cambiare le norme che consentono alle società di fare vendite da miliardi di dollari in un Paese senza avervi stabilito una “residenza fiscale”, grazie a contratti di vendita con società che hanno sede in paradisi fiscali. Un meccanismo che, secondo un’inchiesta di Reuters, nel 2013 sarebbe stato utilizzato dal 74% delle più importanti aziende tecnologiche degli Usa. Secondo le raccomandazioni dell’Ocse, quindi, i guadagni dovranno “rimanere” nelle filiali delle aziende dove vengono effettuate le vendite agli utenti finali.

Sul cosiddetto “transfer pricing”, l’applicazione cioè di di prezzi di trasferimento non a valore di mercato tra società che hanno sede in Paesi diversi, l’Ocse prescrive nel programma Beps (Base erosion and profit shifting) che venga introdotta una documentazione dettagliata Paese per Paese per limitare le pratiche aggressive in questo campo: la proposta è che diventi obbligatorio per le multinazionali con volume d’affari consolidato superiore ai 750 milioni di dollari di documentare attività, ricavi e imposte versate in tutti i Paesi in cui sono presenti.

Perché le nuove regole vadano a regime, in ogni caso, anche se ogni singolo Paese potrà dare vita a iniziative unilaterali, sarà nella maggior parte dei casi necessario rivedere i termini dei trattati internazionali tra Paese e Paese. Per evitare un percorso tanto complesso e accidentato, l’Ocse continuerà a lavorare a un meccanismo “automatico” che consenta di aggiornare secondo i nuovi principi le norme in vigore nei vari trattati, ma per riuscirci potrebbe essere necessario tutto il 2016.

L'Ecofin in programma domani, intanto, potrebbe varare un progetto di legge per lo scambio automatico di informazioni sugli accordi fiscali concessi dai governi alle multinazionali, proprio come previsto dall’Azione 5 del pacchetto Beps, sulla neutralizzazione degli effetti di accordi fra multinazionali e Paesi che abbiamo come conseguenza “regimi preferenziali”, quindi benefici eccessivi.

Il percorso tracciato dall’Ocse, quindi, potrebbe richiedere ancora anni prima di entrare a regime, ma Saint-Amans ha detto di confidare nel fatto che le grandi aziende, da Starbucks ad Amazon, starebbero già sviluppando le proprie mosse per adeguarsi ai precetti dell’Ocse.

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I ministri delle finanze dell'Unione raggiungono l'accordo: nel mirino i metodi utilizzati per ridurre al minimo il prelievo fiscale

I ministri delle Finanze dell’Unione Europea hanno raggiunto un accordo sullo scambio automatico delle informazioni fiscali tra i governi nei confronti dei grandi gruppi multinazionali, tra i quali emergono i giganti dell’online e del digitale, per combattere l’elusione e l’evasione fiscale. La decisione dell’Ecofin, che arriva il giorno dopo che l’Ocse ha reso pubblici i propri 15 punti sul fisco, arriva dopo il caso che si era aperto nei mesi scorsi sulle strategie messe in atto dai grandi gruppi per ridurre al minimo il prelievo fiscale nei loro confronti, e dopo che anche l’antitrust Ue aveva iniziato a esaminare i casi di Amazon in Lussemburgo ed Apple in Irlanda tra le “digital company”, ma anche di Fiat sempre in Lussemburgo e Starbucks nei Paesi bassi.

Gli sforzi legislativi dell'Ue per regolamentare gli accordi fiscali si sono intensificati da ultimo dopo le critiche internazionali piovute sul Lussemburgo, per il cosiddetto scandalo “LuxLeaks”, che aveva rivelato gli accordi raggiunti dal piccolo Paese europeo con alcune multinazionali.

Gli accordi fiscali tra aziende e governi, che permettono alle società di sapere in anticipo quanto pagheranno di tasse, sono diffusi e non illegali, ma possono permettere alle multinazionali di ottimizzare l'imposizione spostando i profitti dove risulta loro più conveniente. "Abbiamo raggiunto un accordo politico su questo tema", ha detto Pierre Gramegna, ministro delle Finanze lussemburghese, al termine della seduta.

Secondo la proposta che era stata formulata dalla Commissione europea, lo scambio di informazioni sarebbe dovuto diventare operativo a partire dal 2016 e avrebbe interessato gli accordi raggiunti tra multinazionali e governi fino a 10 anni prima dell'avvio di questa procedura. In base al compromesso raggiunto dai ministri, le nuove regole entreranno invece in vigore dal 2017 e saranno retroattive per 5 anni, coprendo quindi in modo efficace gli accordi a partire dal 2012. Un compromesso “giusto”, secondo Pierre Moscovici, commissario Ue agli Affari monetari.

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Il nuovo accordo bilaterale con l’Italia sulle doppie imposizioni, firmato il 24 agosto, attende ora la ratifica

Italia e Barbados, il 24 agosto di quest’anno, a Bridgetown, hanno sottoscritto la nuova Convenzione contro le doppie imposizioni. Il testo del trattato è sostanzialmente in linea rispetto alla più recente versione del modello Ocse di Convenzione contro le doppie imposizioni, seppur con alcune differenze. Vediamo di analizzarle in dettaglio.

Le differenze di rilievo
Innanzitutto, a differenza del modello convenzionale nel rispetto della prassi negoziale italiana, il trattato mantiene l’articolo 14 (Professioni Indipendenti) che prevede, quale principio generale, l’imposizione esclusiva nello Stato di residenza del beneficiario del reddito. Questa modalità di tassazione è allineata a quella riguardante il reddito d’impresa, in assenza di stabile organizzazione, prevista dall’articolo 7.

Artisti, sportivi e pensioni private
L’articolo 17 mantiene la denominazione di “Artisti e sportivi”, anziché di “Artisti dello spettacolo e sportivi” e si basa sulla formulazione precedente rispetto alla versione 2014 del modello OCSE. L’articolo 18, conformemente al modello, prevede la tassazione esclusiva delle pensioni private nello Stato di residenza del beneficiario. Tuttavia, gli Stati contraenti hanno aggiunto un paragrafo nel quale si prevede che questa modalità di tassazione non si applica se il percettore non è soggetto ad imposizione su tale reddito nel proprio Stato di residenza, secondo la legislazione domestica di quest’ultimo. In tal caso, la tassazione diventa di tipo concorrente.

Ritenute alla fonte e rimborsi
Gli articoli 28 e 29 non sono previsti dal modello convenzionale. Con l’articolo 28 si prevede che le imposte riscosse in uno Stato mediante ritenuta alla fonte sono rimborsate a richiesta del contribuente o dello Stato di residenza, qualora il diritto alla percezione di dette imposte sia limitato dalle disposizioni della Convenzione. Tale eventualità è possibile nel caso di applicazione di ritenute in misura superiore a quelle stabilite nel trattato (come per i dividendi e gli interessi), oppure qualora il reddito sia soggetto ad imposizione esclusiva nello Stato di residenza.
Le istanze di rimborso, da prodursi in osservanza dei termini stabiliti dalla legislazione dello Stato tenuto ad effettuare il rimborso (per l’Italia, gli articoli 37 e 38 del DPR n. 602 del 29 settembre 1973), devono essere corredate da un’attestazione dello Stato di cui il contribuente è residente che certifichi che sussistono le condizioni richieste per l’applicazione dei benefici previsti dal trattato.

Esclusione dei benefici convenzionali e scambio informazioni
L’articolo 29 stabilisce che i benefici convenzionali non si applichino a quei soggetti che beneficiano di speciali regimi fiscali e, in proposito, che le Autorità fiscali degli Stati definiranno quali sono i regimi speciali. L’articolo 26 della Convenzione, relativo allo scambio d’informazioni, è pienamente conforme allo standard Ocse. Tuttavia, non è previsto l’articolo sull’assistenza nella riscossione tra Stati.

La Convenzione sulla reciproca assistenza e l’accordo FATCA
La firma della Convenzione bilaterale è coerente con il percorso di trasparenza intrapreso dall’Isola di Barbados. In proposito lo Stato caraibico ha sottoscritto lo scorso 28 ottobre la Convenzione Multilaterale sulla reciproca assistenza in materia fiscale promossa da OCSE e Consiglio d’Europa e rientra tra i Paesi che si sono impegnati ad effettuare entro il settembre 2017 la prima trasmissione di dati secondo il nuovo standard di scambio automatico OCSE in materia di informazioni finanziarie (Common Reporting Standard – CRS).
Il 17 novembre 2014 Barbados ha sottoscritto anche l’accordo con gli Stati Uniti per l’implementazione dello standard di scambio di informazioni finanziarie, denominato Foreign Account Tax Compliance Act (FATCA).

Ratifica della Convenzione e inserimento nella White List
Come per altri Stati considerati off-shore, la successiva ratifica della Convenzione bilaterale costituirà il presupposto per l’inserimento dell’Isola di Barbados nella cd. White List dei Paesi che consentono un adeguato scambio d’informazioni, ai sensi del decreto del ministero delle Finanze del 4 settembre 1996 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 220 del 19 settembre 1996).
In proposito, Barbados è attualmente inserito nelle Black List degli Stati non collaborativi previste dai seguenti decreti del ministero dell’Economia e delle Finanze (pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale n. 107 dell’11 maggio 2015), emanati in attuazione delle disposizioni previste dalla Legge n. 190 del 23 dicembre 2014 (art. 1, commi 678 e 680 della Legge di Stabilità 2015):

decreto ministeriale 30 marzo 2015, che, modificando il decreto del ministro dell’Economia e delle Finanze del 21 novembre 2001, definisce l’elenco dei Paesi rilevanti ai fini dell’applicazione dell’articolo 167 del TUIR (cd. disciplina Controlled Foreign Companies – CFC);
decreto ministeriale del 27 aprile che, modificando il decreto del ministro dell’Economia e delle Finanze del 23 gennaio 2002, definisce l’elenco dei Paesi rilevanti ai fini dell’applicazione dell’articolo 110 del TUIR, sull’indeducibilità dei costi relativi a transazioni effettuate con giurisdizioni estere che non consentono un adeguato scambio d’informazioni.

Barbados fa, inoltre, parte della cosiddetta Lista Top 30 dei paradisi fiscali predisposta dall’Unione europea.

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