Sabato, 27 Dicembre 2014 09:54

L'azione revocatoria sui beni alienati dal debitore

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L’esame sulla natura costitutiva dell’ azione revocatoria non può prescindere dallo sviluppo che le Riforme della legge fallimentare hanno apportato…

.. all’applicazione della stessa, introducendo meccanismi rivolti a restringere, soprattutto per quanto concerne i pagamenti, l’ ambito di applicazione e gli effetti della stessa.

Nel sistema previgente l’insolvenza veniva disegnata come incapacità assoluta di soddisfare le obbligazioni assunte e, conseguentemente, in presenza di una situazione di crisi, si rendeva necessario aprire con urgenza la procedura fallimentare al fine di poter realizzare in maniera immediata i suoi effetti.

Lo stato di decozione dell’ impresa eliminava qualsiasi differente soluzione, rifiutando all’origine tentativi di composizione che tenessero conto anche di valutazioni positive dell’ azienda e del complesso produttivo.
 La procedura concorsuale non rappresentava così anche uno strumento di gestione dell’ impresa, ma unicamente un mezzo per comporre gli interessi del ceto creditorio, ed in tale ottica l’ azione revocatoria aveva un ruolo particolarmente centrale di tutela e di reintegro del patrimonio dell’ imprenditore dichiarato fallito.

Il compito di cercare di comprendere la funzione dell’ azione revocatoria nel nuovo sistema è estremamente arduo perché l’ attuazione dell’ intervento legislativo è stata tutt’altro che lucida. 
La natura dell’azione revocatoria è controversa. In dottrina sono state formulate varie teorie su quale sia il fondamento dell’ azione revocatoria fallimentare.

Parte della dottrina sostiene che l’inefficacia dell’atto revocato è originaria perché l’ atto compiuto dal debitore è viziato di frode fin dal momento in cui viene posto in essere.
 Da qui si deduce la natura dichiarativa dell’ azione revocatoria, rilevando che la medesima è preordinata all’ accertamento di un vizio dell’ atto coevo al suo sorgere.
 Tale tesi, però, non può essere condivisa. La tesi accolta da larga parte dalla dottrina è quella secondo la quale l’azione revocatoria ha natura costitutiva sia con riferimento all’azione revocatoria ordinaria che all’azione revocatoria fallimentare.
 Questa si rende preferibile anche perché, ove si ritenesse che l’inefficacia sia coeva al compimento dell’atto revocato (come avverrebbe se si accogliesse la tesi favorevole alla natura dichiarativa), il negozio compiuto non avrebbe i requisiti per determinare il trasferimento della titolarità del diritto in capo all’acquirente. La cessazione sia pure parziale dell’ efficacia dell’atto non può che derivare dalla sentenza, la quale, accertati e valutati gli elementi dell’ azione revocatoria, stabilisce che sul bene oggetto dell’atto impugnato può essere esercitata l’ azione esecutiva a vantaggio del creditore. 


Ciò dimostra che la sanzione di inefficacia non è affatto coeva al compimento del negozio, ma sorge esclusivamente a seguito della sentenza del giudice che fa nascere l’ obbligazione del terzo ed il diritto del creditore ad agire in esecuzione sul bene revocato.
 Di conseguenza risulta che il negozio e l’ atto solutorio sono originariamente validi ed efficaci e divengono viziati solo al sopravvenire della sentenza di revocatoria fallimentare con l’ esito che l’ atto solutorio stesso assume natura di debito di valuta.
 Avvalorando la tesi della natura costitutiva riguardo la revocatoria fallimentare si è opportunamente negato fondamento giuridico alla natura indebita del pagamento soggetto a revoca.
 Non essendo ipotizzabile alcuna illeceità riguardo al pagamento di un debito scaduto da parte dell’ imprenditore che versa in stato di insolvenza, non esiste alcun obbligo per il creditore di rifiutare il pagamento stesso.
In questa fattispecie si è in presenza di un atto estintivo dell’ obbligazione del tutto lecito, e solo in seguito alla pronuncia giudiziale di revoca quel pagamento diventa inefficace.


Il mancato inquadramento giuridico di fatto illecito dell’ accettazione del pagamento da parte del creditore, non poteva che comportare la qualificazione di debito di valuta dell’ obbligo restitutorio della somma di denaro corrisposta. Esclusa la natura illecita del comportamento dell’ accipiens al quale deve essere riconosciuto il diritto di accettare l’atto solutorio, si giunge alla conclusione che il debito di restituzione assume natura di debito di valuta.
Nel caso di obbligo restitutorio diverso dal denaro, ove il bene non rientri più nella disponibilità dell’ accipiens, l’ obbligazione non può che qualificarsi come debito di valore ed il convenuto deve restituire il valore corrispondente al bene. In questo caso la qualificazione di debito di valore non trova fondamento nella natura illecita dell’ accettazione del pagamento, ma nel fatto che il denaro costituisce l’ equivalente del valore del bene non più restituibile.

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